Arthur Ashe, oltre la storia del tennis

Di Alessandro Zijno

 

Ci sono diversi tipi di tennisti, i fenomeni tecnici come Roger Federer, i lottatori come Rafa Nadal, coloro che hanno cambiato la storia del tennis giocato imponendo nuove strategie, come Bjorn Borg o John McEnroe, e poi ci sono quelli come Arthur Ashe. Ashe è stato campione sportivo come molti, campione nella vita come altri, ma soprattutto campione rivoluzionario come solo Muhammad Alì ha saputo fare; ha lottato con la racchetta per vincere punti, gare e tornei, ma soprattutto ha combattuto con il cuore fuori dal campo per un mondo più giusto, facendo la differenza .Forse la frase che più lo caratterizza è: “i campioni sono quelli che vogliono lasciare il loro sport in condizioni migliori rispetto a quando hanno iniziato a praticarlo.“. Ha vinto 3 prove del Grande Slam, tra cui Wimbledon nel 1975, è stato il promotore della attuale ATP, sapendo riunire tutti i giocatori Pro sotto un’unica sigla, primo nero a giocare la coppa Davis per gli Stati Uniti, dove la segregazione razziale fu abolita solo nel 1968. Era solito dire che trovava curioso ricevere titoli ed onori in club dove un uomo di colore non poteva essere socio per statuto. Arthur Ashe, moriva nel 1993 per complicazioni dovute all’AIDS, contratto dopo una trasfusione di sangue, e nascosto per lungo tempo per timore delle ripercussioni sulla sua vita privata e pubblica, visto che l’opinione pubblica collegava istintivamente tale patologia al sesso deviato e alla tossicodipendenza.

Il suo fair play contestuale alla sua ferrea determinazione si spiega bene in questo stralcio di intervista resa ad Usa Today nel pieno della sua carriera: “Sono cresciuto durante la segregazione e so cosa significa venire calpestati e quindi so anche come può essere importante per un uomo di colore essere d’esempio e comportarsi bene di fronte alle avversità.” Oggi si parla tanto di “resilienza”, termine mutuato dall’ingegneria per indicare nella trasposizione sportiva la capacità di far fronte alle difficoltà insite in ogni disciplina senza al contempo perdere in motivazione: ebbene Arthur Ashe fu un esempio perfetto di resilienza. Nato da un custode di una palazzina con campi da tennis (dove ha cominciato a tirare le prime palline), nero nell’America ancora discriminatoria, senza particolari doti atletiche tanto da essere scartato come giocatore di football, ha saputo ribaltare la vita a proprio favore grazie ad una capacità di rispondere alle avversità nella migliore maniera possibile. Sarebbe un coach fantastico ancora oggi in questo senso.

Il momento più alto della sua carriera fu la vittoria su Jimmy “Jimbo” Connors nel 1975 nella finale di Wimbledon, in una sorta di battaglia che non fu solo tecnico -tattica ma anche filosofica: da una parte un nero che si stava innalzando nella scala sociale dimostrando che anche gli afroamericani potevano allo stesso momento possedere talento e fair play, dall’altra uno dei pochi bianchi campioni di tennis “proletari” che se ne fregava delle lotte di classe ed utilizzava il “popolo” che tifava o controtifava per lui ai tornei solo per raggiungere obiettivi personali. Entrambi erano motivati da spinte narcisistiche, ma solo Ashe alla fine ha messo il suo narcisismo al servizio della collettività, almeno quella nera, o comunque ha contribuito alla crescita culturale di un intero popolo. Connors, da parte sua, ne parleremo in un’altra puntata de “Le leggende del tennis”, significò moltissimo per tutti gli sportivi come il sottoscritto che vivevano cercando un riscatto personale più che socioeconomico attraverso il tennis o altre discipline.

Il momento più difficile della vita di Arthur Ashe invece fu quando dovette dire a sua figlia Camera, di 5 anni, che suo padre aveva contratto una malattia come l’AIDS che l’avrebbe presto condotto alla morte: la bimba gli porse un cioccolatino avvolto in una carta argentata, come per guarirlo, “fu un momento sconvolgente, in cui la dominazione del dolore fu ai massimi livelli.”

Connors e Chris Evert, l’altra americana supercampionessa, rimproverarono spesso ad Ashe di non sprecarsi troppo nel tennis, di utilizzare eccessive energie al di fuori di allenamenti e campo, e tutto sommato aver vinto troppo poco rispetto alle sue possibilità, accusandolo di essere più un capopopolo che uno sportivo. Da un certo punto di vista possiamo anche concordare, visto che l’obiettivo di un campione nello sport è quello di dare il meglio di sé. Ashe, tuttavia, era anche orientato verso altri lidi di conquista, nella società prima di tutto.

Il campione afroamericano nasce a Richmond, nel sud degli Stati Uniti, il 10 Luglio del 1943 e c’è una frase che ripete spesso nella sua vita che recita più o meno così “Comincia da dove sei, usa quello che hai, e fai quello che puoi”: quando Ashe la pronuncia sta pensando a quando ha cominciato lui. In quel periodo Richmond, in Virginia, è una delle capitali della segregazione razziale, i neri non possono utilizzare i bagni dei bianchi, non possono prendere lo stesso autobus, figuriamoci se possono giocare assieme a tennis. Il caso però mette lo zampino in questa storia che influirà a cambiare per sempre la società americana e fa sì che il papà del giovane Arthur sia il custode di un parco con abitazioni per soli neri che ha anche dei campi da tennis e che tiri su da solo i propri figli facendo il massimo affinchè possiedano valori umani importanti. Da solo, perché sua moglie, la mamma di Arthur, muore a soli 27 anni, lasciando un vuoto nel ragazzo e in suo fratello Johnny. Arthur Ashe dichiarerà molte volte quanto sia stato importante e decisivo suo papà nella crescita: “era fermo, deciso, voleva fortemente che noi diventassimo educati, era ciò che gli importava di più”, così disse in una intervista il campione nero parlando di suo padre.

Arthur era piccolino, magro, indossava gli occhiali, e suo papà era all’inizio preoccupato, perché gli sport tradizionali associati ai neri d’America, cioè football e basket, non sembravano proprio adatti al fisico di suo figlio; così pensò di avviarlo allo sport del tennis utilizzando quei campi proprio vicino casa. A notarlo fu un coach che si occupava di afroamericani, il dott. Robert Walter Johnson che aveva già portato al successo e alla vittoria in uno Slam, un’altra atleta di colore, Althea Gibson. Sotto la guida di Johnson, Arthur diventa a 12 anni il miglior tennista di Richmond, ma non può provarlo a nessuno, nemmeno a sé stesso, perché a causa della segregazione razziale i neri non possono misurarsi con i bianchi, e gli viene impedito di giocare persino in tornei amatoriali. In quel momento per lui fu una ferita profonda, che ricorda così: “mi fu negato il permesso di entrare nel circolo a Byrd Park di Richmond, dove c’erano campi solo per bianchi. Quando arrivai lì volevo giocare, insistetti, il direttore del torneo Sam Woods si dichiarò dispiaciuto ma la legge era la legge, e i neri non potevano entrare per giocare. Fu una delusione tremenda.” Questo però non segnò la fine della sua carriera, ma l’inizio, come sostiene lui stesso. Qui esce fuori la proverbiale resilienza di Ashe: non solo dovrà combattere per sconfiggere i suoi avversari sul campo, ma dovrà lottare ancor più duramente solo per potersi conquistare il diritto di competere. Così parla prima di morire di quell’episodio: “Credo che in maniera silenziosa ma efficace l’episodio mi incoraggiò ad avere un atteggiamento di sfida positiva, della serie “vi farò vedere chi sono io”. Ci veniva detto e fatto capire continuamente che avremmo dovuto fare sempre molto più dei bianchi per avere rispetto. Forse, perché non era neanche matematico.” Negli anni 50 in Virginia, ogni ragazzino nero sapeva che non avrebbe mai dovuto rispondere alle provocazioni dei bianchi, avrebbe dovuto sempre abbassare lo sguardo, altrimenti le conseguenze sarebbero state terribili. Per Arthur sono anni duri, pieni di rifiuti, di dignità negata, pochissime soddisfazioni, un senso di ingiustizia che rovina anche le piccole gioie della vita quotidiana. Così impara a sfogare la frustrazione incanalando energie positive nei match che riesce a giocare, sente che la sua racchetta può diventare un’arma attraverso la quale cambiare la storia del tennis e non solo.

Quando il suo Coach Johnson si accorge che ci sono troppo poche possibilità a Richmond per il suo pupillo, manda Arthur a studiare a St Luis, nel Missouri, per potersi confrontare con tennisti del suo livello. La scelta è coraggiosa, il giovanotto deve lasciare la famiglia. Si mette comunque tanto in luce che l’UCLA,  l’Università della California, gli offre una borsa di studio: Arthur si diploma a 20 anni con il massimo dei voti, si trasferisce a Los Angeles e realizza il suo primo sogno nel 1963, la convocazione nella squadra Statunitense di Coppa Davis. E’ il primo afroamericano nella storia ad ottenere questo risultato.

Sono questi anni molto intensi, il campione nero, pur allenandosi in maniera assidua, si laurea in economia nel 1966, quando però a causa della guerra in Vietnam viene richiamato alle armi: poteva significare la fine della carriera, ma suo fratello Johnny gli viene in aiuto e così dichiarò in seguito: “Fui ispirato da Dio forse, un giorno senza mai averlo pensato prima dissi a mio padre che non volevo che Arthur partisse per il Vietnam, sarei restato io laggiù al suo posto.”. In quel periodo infatti si andava in Vietnam un fratello alla volta, visti i rischi che la permanenza in Asia comportava, e Johnny decise di fare anche il turno di suo fratello per non arrestargli la carriera tennistica. Arthur non dimenticherà mai quel generoso gesto.

Il sacrificio di suo fratello produce ottimi frutti per Arthur Ashe che nel 1968 vince gli Open Maschili degli Stati Uniti, primo uomo nero a vincere una prova del grande Slam, anche se ancora da dilettante, quindi senza premio in denaro. Ottiene comunque il primo posto nella classifica mondiale dei tennisti di quell’anno.

Tutto sembra filare liscio quando nel 1969 l’ennesimo episodio di razzismo scuote l’atleta afroamericano: tutti i tennisti fanno richiesta del visto a Johannesburg per accedere agli open del Sudafrica, e lo stesso fa Arthur al quale però viene negato. Una chiacchierata col suo collega sudafricano Cliff Drysdale chiarisce ad Ashe cosa significhi realmente la parola “apartheid”, così la ricorda in una intervista il nostro campione: “Ero a Wimbledon per il torneo londinese quando Cliff Drysdale mi disse che se avessi voluto giocare in Sudafrica non avrei potuto perché neri e bianchi certo non potevano giocare insieme, e mi tornò in mente quello che mi era successo quando avevo 12 anni. Non potevo permettere che succedesse di nuovo.”

Così l’attenzione di Ashe si sposta dal Sud degli Usa al Sud dell’Africa, anche perché comincia a sostenere l’embargo sportivo nei confronti del governo di Pretoria e la causa anti-apartheid diventa una delle sue battaglie, forse la più accesa. Le sue vittorie sembrano tutte proiettate verso una denuncia ed una condanna del governo sudafricano reo di proseguire nella condotta palesemente razzista: il suo successo nello Slam dell’Australian Open nel 1970 lo innalza ormai a campione affermato e influente anche a livello sociale. Il rifiuto ostinato del Sudafrica a concedergli il visto diventa sempre più stridente con la coscienza collettiva mondiale che tende, anche se a piccoli passi e a diverse velocità, ad un mondo senza discriminazioni di razza. E tra i promotori di questa coscienza collettiva c’è proprio lui, Arthur Ashe: “ Per me era importante essere d’esempio. Far vedere come e quanto i neri potessero ottenere nella vita. Si poteva ottenere il successo, la stima del prossimo, si poteva vincere o anche perdere coi bianchi sempre a testa alta. E si poteva essere felici, come recita la costituzione americana. Felici, anche da neri.”

Dopo tante lotte, finalmente, il via libera per il Sudafrica arriva nel 1973, quando ad Arthur Ashe ed ad altri atleti di colore fu concesso di calpestare i campi di Johannesburg: viene per questo pedinato e spiato dai servizi segreti di mezzo mondo, impauriti dalla crescita della sua potenza comunicativa. Gli stessi fratelli neri gli rimproverano il suo cercare una mediazione col governo sudafricano e con i nemici della lotta comune. Non è un momento facile, nonostante le continue vittorie sia a livello sportivo che politico. Anni dopo i fatti daranno ragione al nostro campione, nel 1990 quando fu liberato dal carcere, lo stesso Nelson Mandela, colui che più di tutti lottò per la liberazione fisica, sociale e culturale dei neri, andò a cercare il tennista afroamericano per ringraziarlo e salutarlo visto che era anche un suo tifoso. Mandela, al quale certo non mancava la capacità di giudizio, aveva ben chiaro il concetto che un campione colored, così come era successo con il campione di pugilato Muhammad Alì, avesse la possibilità di diventare un volano per l’intera galassia del “potere nero”. Oltretutto Arthur Ashe rappresentava, per tipologia di sport e per caratteristiche caratteriali, la perfetta incarnazione sportiva delle lotte fatte da Mandela stesso, che inneggiava alla non violenza e amava gli spiriti liberi ma evoluti culturalmente. Il linguaggio comunicativo di Arthur Ashe, che rispecchiava la sua cultura, era profondamente diverso da quello di Alì, più “trash” se vogliamo, maggiormente indirizzato alla pancia del pubblico più che alla razionalità. Entrambi hanno avuto importanza storica fondamentale, sia il pugile che il tennista, ma pur non avendolo mai dichiarato siamo certi che Mandela propendesse per lo stile di Ashe sebbene adorasse la boxe e amasse incondizionatamente, anche per quello che ha significato, il grande Muhammad Alì.

Ma che giocatore era Arthur Ashe? Gianni Clerici lo definisce veloce, un po’ leggerino ma capace di giocate taglienti e soffici allo stesso momento. Faceva serve and volley praticamente ad ogni quindici di servizio, il suo gioco a rete era eccellente da entrambi i lati, il suo servizio non potentissimo ma sapeva mettere la palla dove voleva. Il suo back di rovescio è ancora una goduria da vedere, e anche da imitare: pochi professionisti oggi possiedono quell’arma così devastante, in alcuni frangenti, del back di rovescio, e se Arthur fosse ancora vivo potrebbe essere il miglior insegnante del mondo in questo senso. Certo non è possibile fare paragoni tra il tennis di allora e quello di oggi, completamente differenti sotto ogni aspetto. C’è da dire che con i materiali odierni, l’applicazione di allenamenti mirati, con una preparazione di ogni aspetto del tennista, è facile pensare che i campioni di quell’epoca, o lo stesso Ashe tutt’oggi sarebbero tra i più forti del mondo.

Il 5 Giugno 1975 la notorietà di Arthur Ashe giunge al suo culmine. Quel giorno in cui nella finale di Wimbledon, nel tempio del tennis, si affrontano Jimmy Connors, 23 anni, detentore del titolo e numero 1 del mondo, e un afroamericano, un lungagnone nero, elegante ma silenzioso, decisamente il contrario dell’esuberante avversario: Arthur Ashe, di ben 10 anni più vecchio. Ashe è pagato 7 volte la posta dai bookmaker londinesi, non è certo il favorito. Racconta Gianni Clerici che poche settimane prima aveva incontrato Arthur che gli aveva dichiarato: ”Adesso che viaggiamo come una troupe di cani ammaestrati, venti volte il giro del mondo in un anno, è una cosa incredibile ritornare per 15 giorni in un luogo in cui tutto funziona con amore. Darei un anno di vita, magari una mano, pur di farcela. E’ un posto incredibile, un posto dove tutti dovremmo vestirci puliti, di bianco, se già non ci fosse quella regola.” Tra i due non c’è molto feeling, Connors è conosciuto per le sue “scorrettezze”, le antipatie, gli insulti, parecchie espressioni colorite, è un giocatore spettacolare, capace di esaltare le folle per una grandissima capacità difensiva, è forse uno dei più grandi fighters della storia del tennis; Ashe sembra esattamente il contrario, è sempre serio, controllato, e se molta della sua compostezza in campo è dovuta al suo carattere e alla sua indole riflessiva, una fondamentale importanza ha rivestito il suo essere nero, avendo dovuto imparare a non prestare il fianco a facili accuse per i soliti pregiudizi razziali. Paradossale è che le classi sociali basse facessero il tifo per Jimbo, mentre la borghesia intellettuale e progressista americana parteggiasse per Ashe. L’afroamericano spiega bene il suo atteggiamento in una intervista prima di un incontro importante: “Se io, nero, dovessi perdere la pazienza, sbraitare, manifestare emozioni in maniera evidente, presterei il fianco a battute tipo “ecco il solito negro”, i soliti pregiudizi, come se tutti i neri si comportassero allo stesso modo.” Fin da piccolo è stato abituato a non cercare guai con i bianchi e con nessun altro: “anche quando una palla è dubbia per te che sei nero è dentro o fuori a seconda di quello che conviene al bianco, quindi prendile e giocale tutte.”, così gli diceva il suo vecchio coach Johnson. Prese sempre così sul serio quelle raccomandazioni e quello stile di vita che una volta ad una conferenza stampa dichiaro che la cosa che gli sarebbe piaciuta di più era ”…poter fare lo stronzo in campo, per una volta.”.

Ma veniamo a quella finale di Wimbledon 1975 che resterà per sempre nella storia: Arthur Ashe entra in campo con la giacca della nazionale Americana, quella della Coppa Davis, voleva mandare un messaggio a Connors, che non poteva indossare quella giacca perché non faceva parte della squadra di Davis fino ad allora. Voleva ruggire più forte del suo avversario. Fu una mossa psicologica. E fu una mossa vincente, fin dall’inizio. Connors appariva più nervoso del solito e meno determinato nei momenti cruciali del match. Ashe vinse i primi due set, imbrigliando il gioco dell’avversario, con continue discese a rete che Connors non riusciva a contenere. Ashe chiudeva punti su punti e i passanti o i pallonetti difensivi di Connors sembravano inceppati. Ad un certo punto uno spettatore gridò a Connors “dai Jimmy!”, lui rispose aggressivamente “ci sto provando, Cristo!”. Ashe approfittava di ogni pausa per restare concentrato, quella partita determinò uno stato di “flow” (di grazia, diremmo in italiano), il focus sull’incontro era al 110%, e ad ogni cambio di campo Ashe si metteva in testa un asciugamano per isolarsi e mantenere la concentrazione. E’ un gesto che oggi vediamo spesso, ora che la cultura del mental tennis si sta man mano (ma a fatica) diffondendo. Allora però era davvero il simbolo di una massima capacità di stare sul pezzo. Martina Navratilova, una che di tennis se ne intende disse che vedendo quella prestazione di Ashe si capiva benissimo cosa intendessero gli psicologi applicati al tennis quando chiedevano “freddezza e al contempo attivazione massima”. Artur si trovò avanti di 2 set, prima che la belva ferita Connors si risvegliasse. Il quarto set però consegnò ad Ashe il trofeo, e l’ingresso nella storia come primo e finora unico vincitore di colore del torneo di Wimbledon.

Dopo questa vittoria, Arthur Ashe si sposa con la fotografa Jeanne Moutoussamy nel 1977 e la coppia adotta una bimba, che i due chiamano Camera in onore della professione della neo-mamma. Arthur amerà Camera più di chiunque, ma nel 1979 la sua carriera sportiva si interrompe bruscamente: ha un infarto e si deve sottoporre ad un intervento chirurgico. Gli vengono applicati 4 by-pass, non può più affrontare lo stress del gioco in campo. Diventa comunque capitano della squadra di Coppa Davis dal 1980 al 1985, vincendo 2 volte il titolo, ma nel suo fisico sembra che qualcosa continui a non funzionare. Così nel 1988 sua moglie e il suo agente Donald Dell gli consigliano di farsi delle analisi. Racconterà Donald Dell anni dopo:” Pensavamo potesse avere un tumore al cervello, perché aveva spesso giramenti di testa o cose del genere. Facemmo gli accertamenti in tale direzione ma risultarono negativi. Però poi mi chiamò la moglie di Arthur per dirmi che lui voleva parlarmi. Mi disse che i medici erano stati chiari, Arthur Ashe, il più grande tennista nero, aveva l’Aids. Se l’era preso durante una trasfusione di sangue all’Harlem Hospital nel 1983, in occasione del secondo intervento al cuore. E c’era di peggio: non era solo positivo all’HIV, ma era AIDS conclamato.”

Ashe decide di affrontare questa notizia a modo suo, cioè quietamente; per 4 lunghissimi anni solo pochi amici vengono messi al corrente della questione. Nel 1992 però un giornalista nero di Usa Today riceve una soffiata che riguarda la salute del campione afroamericano. La testata giornalistica chiama Arthur, lo mette al corrente che la notizia sta per essere pubblicata. A quel punto ad Arthur Ashe non resta che convocare una conferenza stampa, che resterà nella storia, per comunicare lui stesso la notizia al mondo. Si apre così negli Stati Uniti un feroce dibattito sulla privacy e la libertà di stampa. Ashe si sentì violato nella sua intimità, soffrì tantissimo per non aver potuto tenere per sé e per i suoi cari quella terribile notizia. Ma come sempre nella sua vita reagì moltiplicando le forze. Diede vita così alla sua ultima battaglia, quella in favore dei malati, per i quali fondò la Arthur Ashe Institute for Urban Health, per aiutare quelle persone impossibilitate a curarsi per motivi economici e sociali, che gli valse la copertina come sportivo dell’anno di Sport Illustrated. Raccolse la bellezza di 10 milioni di dollari, ma la cosa più importante fu che aiutò le persone malate, non solo di AIDS, a non rinchiudersi nel loro guscio. Dovevano lottare, potevano farlo e vivere degnamente anche con una malattia. L’ennesima dimostrazione di resilienza.

L’ultima apparizione in pubblico fu durante il Connecticut Forum sull’AIDS nel 1993 dove invia un video, non potendo partecipare fisicamente: ancora una volta fa un appello per sensibilizzare i giovani sull’AIDS.

Il 6 febbraio 1993 alle 3.15 Arthur Ashe, una delle più grandi icone nere della storia, muore a causa di una polmonite ed altre complicazioni dovute al suo stato di salute minato dall’AIDS. La parabola terrena del campione afroamericano si chiude a 49 anni, dopo aver lottato per le sue idee fino agli ultimi giorni. Solo poche settimane prima di morire aveva manifestato a favore dei fratelli Haitiani.

NDR: Nel 2013 lavoravo  per una azienda multinazionale e vivevo in un appartamento con 2 colleghi. Una sera tornando a casa confidai a questi due colleghi, che intendevo scrivere un focus su Arthur Ashe. “Chi è?” mi chiese uno, mentre l’altro lo conosceva. Quando gli raccontai più o meno la storia del campione afroamericano mi dissero in coro “vuoi scrivere di un negro? Con tanti campioni di tennis proprio di un negro vuoi scrivere?”. Dissero proprio così, ed io me la presi un pochino. I giorni successivi ero scocciato e non ci rivolgemmo parola. Loro a mo’ di scherno incontrandomi sussurravano la parola “radici”, alludendo allo sceneggiato di fine anni 80 che raccontava la storia dello schiavo Kunta Kinte. Poi un giorno uno dei due cercò di placare la mia ira, facendo forse peggio: “ehi mi disse, guarda che scherzavamo eh. Il fatto è che comunque i negri non sono adatti al tennis, il tennis è uno sport di concentrazione, loro sono buoni per correre e saltare. Dai, è così”. Ed è per onorare la memoria di Arthur Ashe e di tutti quelli che hanno lottato e lottano ancora contro i pregiudizi di persone ignoranti e di poco spessore umano come quei 2 ex colleghi, che a distanza di 4 anni ho deciso di scrivere questo articolo.

Alessandro Zijno

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