Djokovic e il Pendolo Schopenhaueriano tra dolore e noia

di Roberto D’ingiullo

 

Per Arthur Schopenhauer, l’esistenza umana è come un pendolo che oscilla tra noia e dolore. Quando non abbiamo quello che vogliamo, soffriamo perchè ci manca. Quando lo otteniamo, dopo poco siamo vittime della noia. I momenti di piacere e gioia sono brevi e illusori come bolle di sapone che regalano un’emozione ma destinate a svanire senza lasciare traccia. Una sorte triste, beffarda. Un’apologia della sfiga ad altissimi livelli. Non c’è bisogno di essere così pessimisti, ma dobbiamo ammettere che la stessa parabola può colpire anche i numeri uno. E non solo perchè in un ‘ipotetica a chi è più primo tra i numeri primi. il numero uno avrebbe ottime ragioni da far valere. La verità è che non sempre vittoria e felicità sono legate da un rapporto di causa ed effetto. Se non fosse stato animato da un’irrefrenabile voglia di primeggiare, Novak Djokovic non sarebbe mai diventato quello che è diventato. Già perchè poche volte nel tennis si è assistito a un dominio così pervasivo come quello di Novak Djokovic. Uno che ha trovato uno stile di gioco universale tale da poterlo riproporre su tutte le superfici dal primo all’ultimo torneo della stagione. Nella marcia 50 km, si dice: “Fai un passo. Quando ne hai fatti 47.500 hai finito. Se li fai in tre e ore e mezza, hai vinto”. Djokovic ha lo stesso atteggiamento. Divide il campo perfettamente a metà perchè gioca indistintamente dritto e rovescio. Risponde a tutto, rimanda ogni palla dall’altra parte della rete trovando misteriosamente l’equilibrio anche quando è in allungo, in contropiede o in sforbiciata lungo la linea di fondo. Fa esattamente le stesse cose per una, due o cinque ore (dipende dalla durata del match) e alla fine l’avversario regolarmente cede. Un campione perfetto, forse anche troppo. Ed è stato costretto a diventare così. A inizio carriera si pensava che potesse rimanere stritolato nella tenaglia tra Federer e Nadal. Lo pensavano gli altri, non lui. E per dare ragione all’ambizione, è diventato una macchina. La forza di Djokovic è di saper recitare la parte del robot quando probabilmente la sua testa è un uragano. Anche quando imperversa con soliloqui o butta la racchetta non lo fa dominato dall’ira ma per dominarla. E’ come fare reset con il computer: dal punto successivo riparte con le stesse identiche cadenze. Ha sviluppato una sicurezza in sè tale da sapere che probabilisticamente e scientificamente il suo tennis è vincente. Può cedere un set ma se mantiene lo standard alla fine la vittoria sarà sua. Numeri alla mano, è uscito dalla morsa fin quasi a capovolgere i ruoli. Ha vinto gli Slam, tutti i Master 1000, le Atp Finals, ha preso lo scettro del numero uno del ranking arrivando a doppiare i punti di chi era in seconda posizione. E’ arrivato ad essere considerato il favorito su ogni superficie e contro ogni avversario. E allora cosa c’è che non va? Forse niente. Ma quando in campo si lascia andare a quell’espressione un po’ seccata, quasi risentita, mi vengono in mente i versi di una canzone di Roberto Vecchioni:
“Ed il più grande conquistò
nazione dopo nazione
E quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
perchè più in là non si poteva conquistare niente:
e tanta strada per vedere un sole disperato
e sempre uguale”
Si è trovato suo malgrado a dover recitare la parte del cattivo. Perché gli dei si amano sempre , ma un po’ di più al tramonto. E a lui è toccato essere il giustiziere di re Roger. Lì si è innestato un cortocircuito. Perchè battere ripetutamente Federer è la consacrazione, soprattutto se lo fai a Wimbledon dove lo svizzero è padrone di casa. Ma rovini il più grande Carnevale del mondo, strappi l’ultima pagina dove era previsto il lieto fine. L’idiosincrasia è che nell’immediato Nole si esalta in questo ruolo. Si carica nel sentire i fischi, nel vedere tutto il mondo parteggiare per il rivale. Se ne serve per alimentare il suo fuoco agonistico. Ed anche per questo vince. Ha perso più finali con Wawrinka e Murray che con Federer e Nadal.
Quando vede che il mondo tifa per l’altro, il “dolore” che provoca è lo stesso del pendolo di Schopenhauer e quell’assenza lo spinge a dedicare tutto se stesso per riprendere ciò che gli spetta. Allenamenti maniacali, cura assoluta dell’alimentazione e di ogni tendine del proprio corpo, concentrazione al 100% in allenamento o in partita. Ma la gioia che giunge dai successi dura poco. E se non ci sono i grandi rivali il pendolo oscilla verso l’altro estremo, quello della noia. Sarà una coincidenza, ma nel 2016 dopo aver conquistato l’ultimo titolo dello Slam che mancava, non si vedevano difficoltà all’orizzonte con Federer e Nadal fermi ai box. Doveva essere il momento del dominio assoluto ed è iniziata invece una crisi di sedici mesi che ha portato Novak a farsi mangiare in pochi mesi 4000 punti da Murray in classifica, a vedersi scavalcato e battuto da avversari che solitamente avrebbe schiacciato senza affanni. Ha dovuto rivedere i due grandi antagonisti al top per ritrovare slancio e motivazioni. Ha bisogno di vedersi minacciato per urlare al mondo che le gerarchie sono cambiate e che è lui a detenero lo scettro. Un po’ come Mennea che aveva bisogno di vedere un avversario sopravanzarlo per trovare energie nascoste: quando ti sembra che ti stiano portando via ciò che hai di più caro, diventi un leone.
La domanda non è se Djokovic vince. Perchè ha vinto tutto. E neppure quante possibilità ci sono che superi il record di Slam o che compia chissà quale impresa. La domanda fondamentale è: ma lui è felice? Come si sente nel vedere la gente che acclama un altro anche se è lui ad alzare il trofero. Come si può sentire quando sa che Federer viene amato dopo ogni sconfitta sempre un po’ di più e lui un po’ di meno? Cosa prova realmente, anche se non lo dà a vedere, quando si accorge che la folla supplica Federer di prolungare il suo dolce tramonto tennistico mentre la sua dichiarazione: “Voglio giocare ancora tanti anni” riceve lo stesso entusiasmo di un supplente che entra in classe ed esordisce con: “Oggi manca il vostro professore, ma voglio fare lo stesso lezione. Prendete il libro”.
Per vincere Djokovic ha bisogno di sapere che la mancanza di quel trofeo lo manderebbe in crisi, come sostenuto da Connors “I hate to lose more than I love to win”, “Odio perdere più di quanto ami vincere”. Ma superato il dolore per l’assenza del successo, subentra la noia nell’accorgersi che quel titolo non basta a renderlo amato quanto vorrebbe e quanto crede di meritare.

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