Fili d’erba, servizi vincenti e antiche certezze: Djokovic risorge nella cattedrale del tennis

di Fabrizio Brancoli

Stavano costruendo dei campi di tennis, vicino alla pizzeria. A Kopaonik, sui monti della Serbia centrale, la famiglia gestiva questo locale chiamato Red Bull. Erano in quattro: Srdjan, la moglie Danija, un neonato di nome Marko e quel bambino minuto, i capelli neri, lo sguardo diretto, un cappellino sulla testa. Prati, vallate, ruscelli. Gioca, Nole, gioca.

Era il 1992. Novak Djokovic aveva cinque anni quando vinse il suo primo duello, convincendo suo padre che non sarebbe diventato un calciatore ma un tennista. Siccome il destino aiuta i campioni, quell’estate Jelena Gencic, la grande istruttrice di tennis slava, organizzò un camp estivo proprio a Kopaonik. E Nole si iscrisse.

Si presentò davanti a lei con un borsone dove gli indumenti erano piegati in perfetto ordine. Poi aveva una racchetta, una bottiglietta d’acqua, una banana, i polsini e l’inseparabile cappellino. Jelena gli disse, amorevole: è stata brava la tua mamma, a preparare tutto. Lui le rispose, fiero, di no. «Ho preparato tutto io. Sono io quello che gioca a tennis». Fu l’inizio di un legame filiale.

Ventisei anni dopo, davanti a 15mila persone e a milioni di telespettatori, un uomo con borsone, racchetta, banana, polsini e cappellino è entrato sorridendo sul Centre Court di Wimbledon, la cattedrale suprema, dietro a Kevin Anderson, gigante del Sud Africa trapiantato nell’Illinois. Il suo sorriso diceva: sono di nuovo qui. Sono passati 139 minuti e abbiamo capito che aveva ragione. 6/2, 6/2, 7/6: supremazia totale, il 72% di primi servizi. Anderson, giustiziere di Federer e Isner dopo gare estenuanti, si è arreso dopo un inizio spento e un terzo set di dignità con 5 setpoint, tutti annullati.

Novak aveva vinto a Londra già tre volte ma questa era una storia diversa perché il bambino che giocava a Kopaonik era cresciuto, aveva dominato questo sport e poi era caduto. Precipitato come un angelo con le ali in frantumi. Irriconoscibile da un anno e mezzo, evanescente, svuotato prima da un infortunio e poi dalle sue improvvise paure. Lo davano per finito. Non si riprenderà più, dicevano: la magia era uscita da quel corpo. I pettegolezzi. I dubbi. È magrissimo, non ha più potenza, è troppo buono con gli avversari, troppo fatalista, troppo rassegnato. Ma a Roma, due mesi fa, negli occhi aveva qualcosa di nuovo: parlava finalmente da giocatore, in campo aveva recuperato un agonismo virtuoso e soprattutto il suo tennis aveva cambiato passo. Stavano tornando i traccianti lungolinea, il rovescio usato come un laser d’incisione, la reattività nelle proiezioni verticali, la tattica magistrale. Che lezione, se vorremo seguirla: sconfitta dopo sconfitta, mortificazione dopo mortificazione, ha recuperato se stesso. «Davvero volete parlare con me? Ormai non sono più la star», scherzava al Foro Italico prima delle conferenza stampa. Sfidava se stesso: cercava nell’orgoglio la maniglia per rovesciare tutto. A Parigi ha perso da Cecchinato nei quarti, a Londra si è messo a volare e ha steso Nadal in una semifinale da meraviglie.

Il sudafricano ha seppellito nella rete una risposta centrale di diritto e tutto è finito. Novak Djokovic ha guardato il cielo e ha sussurrato paroli dolce e misteriose. Lo fa dal primo giugno 2013, quando Jelena Gencic, la sua seconda madre, ha lasciato questo mondo. Quando vinse il suo primo Wimbledon, Nole andò a trovarla a Belgrado e le portò il trofeo. Stavolta non potrà farlo. Ma si incontrano lo stesso: nelle vallate, sul campo centrale di Wimbledon e nei pensieri di un bambino che conosce il valore dei sogni. —

Quest’articolo e’ apparso sul quotidiano “il tirreno” del 16 luglio 2018. il link per leggere l’articolo originale e’ il seguente, l’autore ci ha permesso di inserirlo nel nostro blog.

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