Il ritiro dell’uomo ‘swoosh’;Thomas BERDYCH

di Massimo D’Adamo

Spulciare tra i profili delle racchette è come chiedere all’oste se il vino è buono : “ottimo”, vi risponderà senza esitazione, e con abile favella si cimenterà in paroloni incomprensibili pur di convincervi che il prodotto potrebbe ridare la vista ai ciechi.
Anche per questo, tracciare le qualità di un tennista iniziando dall’attrezzo è un esercizio tanto bislacco da richiedere l’ausilio di un valente strizzacervelli. Ma intrigato dai colpi concepiti da Tomas Berdych, qualche anno fa avevo gettato un occhio alle fattezze di quell’arnese ovale che in suo possesso assumeva sembianze di bazooka. Investigando via web, mi ero avveduto che l’oggetto di tanta curiosità non andava oltre una normale dunlop mid size simile a tante altre. Ero entrato, quindi, nei dettagli per arrendermi all’evidenza che neanche le 18 corde verticali intrecciate alle 20 orizzontali erano all’origine di quella fluidità d’impatto di cui il ceco era depositario. Cercando il pelo nell’uovo mi ero spinto,infine,sul tiraggio, per apprendere che i 55/65 pounds non erano dissimili da quelli adottati da altri rispettabili colleghi.

Tanto bastava per dare a Berdych la patente di talento puro. Uno di quei fenomeni che nascendo qua e là deliziano le pupille di chi ama il gesto cristallino, quello che arriva al pubblico con l’elasticità serpentina di un’immagine stroboscopica. Un atleta che solo la bizzarria del fato ha regalato al tennis: avesse dato spazio alle passioni, lo sport avrebbe contato un hockeista in più e un tennista in meno.

Ma l’estetica, si sa, paga dazio e il ceco non è riuscito a tradurre in numeri un potenziale unanimamente ritenuto di prim’ordine. Artefice e vittima del suo talento, il tempo sembra non avergli dato ragione pur vantando 13 titoli di cui Monaco e Palermo sul rosso, Halle sull’erba, Bercy sul carpet e Tokyo sul duro. Vittorie su ogni superficie ottenute grazie a duttilità e timing da manuale.

E per i più esigenti ci sono anche le semifinali a Melbourne e quella a New York, nonché la finale a Wimbledon del 2010. A dispetto della quarta poltrona, raggiunta nel maggio del 2015, sono in molti a pensare che abbia perso qualche occasione di troppo.

Chiudessimo quì, verrebbe fuori la radiografia di un soggetto bello da vedere ma incompleto per convincere. Allora diciamo che lascia la scena un giocatore il cui stile si confonde non lo Swoosh, il baffo più famoso dello sport creato da Carolyn Davidson, studentessa di grafica alla Portland State University.

Lo realizzò su esplicita richiesta di Phil Knight, fondatore della Blue Sports, futura Nike. Dietro c’era un’ispirazione greca riferita alla “Nike di Samotracia”, dea alata della vittoria, scolpita da Pitocrito nel 200 prima dell’era volgare. Per l’ispirazione pare che lo scultore avesse immaginato una dolce fanciulla sulla prua di una nave, investita da un vento impetuoso che ne scompigliava l’aderente panneggio, ponendone in risalto la grazia e lo slancio in un sinuoso gioco di svolazzi.

Un’acuta intuizione per sublimare il concetto di forza, leggerezza e velocità. Qualcosa che il Padreterno concede ai pochi eletti capaci di calare sulla palla i quadratini centrali del piatto corde liberandola con l’eco del vento. Chissà se nella sua intuizione la creatrice abbia pensato al suo swoosh come a un sinuoso effetto fionda. Io l’ho fatto a Flushing Meadows. Era un afoso pomeriggio di agosto e in campo c’era Thomas Berdich!

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