Nadal: un gioco più ricco per meno infortuni.

di Massimo D’Adamo

Avesse scalpitato nel siglo de oro, Calderon de la Barca ne avrebbe fatto un personaggio tutto Cappa e Spada. Riordinando le idee, invece, scopriamo che è un eroe dei nostri tempi battezzato un lontano giugno dell’86 come Rafael Nadal Parera da Manacor. Proprio lui, il picchiatore coi lineamenti da indio, che vive il tennis come una sfida medievale; un soggetto che ha ghiandole surrenali tanto prolifiche da produrre adrenalina in quantità industriale, premiato dal Padreterno di tale attitudine alla lotta da suscitare invidia anche in qualche pellaccia di boxeur incallito. Il Buon Dio non si è allargato oltre e mentre ha abbondato in qualità fisiche e mentali ha lesinato su quelle tecniche…. nella certezza, naturalmente, che qualcuno se ne fosse fatto carico. Eccolo il volto arcinoto di un aristocratico palmares che tracima orgoglio per quei 75 titoli ATP, di cui 16 Major e un oro olimpico, colti su ogni superficie pur coltivando un debole viscerale per la terra color mattone.
Alla luce dell’ennesimo infortunio la domanda arriva di getto: Nadal poteva diventare più forte? Io una risposta ce l’ho in pizzo alla lingua e prima che cada la sparo a bruciapelo: ebbene Si, Nadal poteva essere un giocatore migliore! Sarebbe bastato farsi abbagliare meno dal suo forte istinto agonistico per scavare nella possibilità di un tennis più completo. Avrebbe fatto migliaia di chilometri in meno e vinto assai di più.Pensieri dietro ai quali non si nasconde nessun piglio da bastian contrario ma più semplicemente un rapido rispolvero teso a rilevare qualche lacuna nelle tappe evolutive dello spagnolo nella sua scalata all’Olimpo del tennis. Sotto i 10 anni, l’iberico ha fatto tutto il necessario praticando altri sport, tra cui il calcio, e giocando a due mani ambo i colpi all’insegna della migliore multilateralità. Solo più tardi ha optato istintivamente per la mano sinistra relegando a balla spaziale la leggenda metropolitana che qualcuno l’abbia forzato a divenire mancino.
Gli errori iniziano nel periodo under 14, quando il piccolo Rafa sviluppa colpi naturali, fa man bassa di tornei giovanili e coglie il successo sia nel campionato spagnolo che in quello europeo under 12. Il classico ragazzino prodigio guardato con ammirazione per quel suo modo di rincorrere la palla col coltello tra i denti, sbagliando il minimo sindacale. Un giocattolo da lasciar girare, senza azzardare neanche piccoli ritocchi che possano incriccare il prezioso meccanismo. In quest’ottica l’imberbe fenoneno inforca, senza ripensamenti, la scorciatoia di un tennis fatto di poche cose ma di marcata intensità agonistica approdando tra i pro dopo aver sfiorato a malapena l’attività junior. Il suo coach, viaggia sul velluto mandando in campo una pentola a pressione capace di giocare punto su punto con i globuli rossi armati di bazooka. Adagiato sui risultati, non cede alla curiosità di coltivare in quel ragazzo un tennis migliore in luogo di quello eccessivamente dispendioso del corri e tira che prima o poi avrebbe presentato il conto: colpire, colpire…. e solo colpire! Una scelta confortata anche dalle strambe convinzioni ammantate di aria fritta di cui spesso si nutrono giocatori e coach secondo i quali il resto arriverà! Di solito sono il frutto di concezioni banali che per qualche ragione divengono dottrine usate in modo infingardo e qualche volta inconsapevole. Nel caso specifico, presto si fa largo la certezza che il modello spagnolo, perfettamente calzante ad una lunga sfilza di caparbi arrotini, possa funzionare anche per quel ragazzo dalle sconfinate doti fisiche e caratteriali. Così il giovane Nadal, si ritrova in un seminato che dà buoni frutti e si guarda bene dal provare strade diverse, magari minate da qualche incognita.
Il paradosso inizia a fare il suo corso e nel momento in cui deve arricchirsi e consolidare un bagaglio tecnico fatto di tante cose, la gallina dalle uova d’oro inizia ad essere rincorso dagli sponsor e arriva a svolazzare tra i primi 100 del mondo appena sedicenne, esprimendo un tennis sempliciotto ma esuberante e a prova di fisico. Nella tipologia dei giocatori, Nadal cresceva come un’evoluzione di Vilas e Muster senza capire se potesse avere qualcosa anche di Connors, Mc Enroe o Rod Laver.
Le prime avvisaglie iniziano assai presto, con le sembianze un’infiammazione al gomito arrivata appena dopo la sua prima vittoria al torneo di Barletta del 2003. Dopodiché volano via altri 15 anni di carriera con un susseguirsi di altrettante cambiali in scadenza distribuite tra problemi alla schiena, tendiniti diffuse, scafoide tarsale, fratture da stress, strappi addominali, infiammazioni ai tessuti. Tanti ritiri e altrettanti ritorni, tutti trionfali: un’Araba Fenice capace di risorgere da brutti colpi che ridurrebbero in cenere chiunque altro. Fino a quest’ultimo infortunio a Melbourne che richiederà i suoi tempi!
Tempo di bilanci?
Non tanto l’età quanto il bollettino degli acciacchi, dovrebbe spingere Nadal ad una riflessione che ad occhio e croce potrebbe incanalarsi in due binari. Il primo porta dritto dritto alla necessità di non replicare il logorante gioco di sempre. Lui, che è un difensore coi fiocchi, ama arretrare ampliando a dismisura l’angolo delle traiettorie ossessionato da una palla che d’ora in avanti sarà sempre più lontana. Non posso pensare che il più forte giocatore del mondo, o chi per lui, non si sia mai posto il problema di guadagnare una postura qualche spanna più avanti per correre un pò meno e comandare di più. Gli spostamenti si restringerebbero quel tanto da consentire un buon governo dei colpi e l’apertura a nuovi schemi. Penso a quante geometrie in più avrebbe tra le mani abbreviando situazioni di gioco altrimenti logoranti e prolungate oltremisura. Penso a proiezioni a rete più frequenti gratificate da un gioco al volo che potrebbe dare di più. Penso alla frustata esterna da sinistra che fa del servizio mancino un castigo di Dio. Penso al rovescio in back spin poco incisivo perché eseguito col bacino indietro e in scia penso ad una smorzata incerta, mai del tutto automatizzata, da inserire al momento giusto a favore di un repentino cambio di ritmo. Cose neanche tanto complicate che darebbero al maiorchino nuovo smalto e un tennis di più ampia manovra con il beneficio di tanto sforzo in meno. È passato il tempo delle vittorie figlie esclusive della miscela esplosiva elargita da madre natura ,oggi serve altro!
In conferenza stampa si è lamentato della durezza del circuito e allora il secondo binario va necessariamente verso una programmazione più morigerata, lontana da quellafamelica degli anni migliori, limitando i repentini fischietti del cemento a favore delle morbide scivolate terraiole. Potrebbe comprimere il grosso dell’ attività sul rosso, soprattutto quello europeo, limitando al minimo quel cemento che per le sue giunture è come la grandine per gli orti. Perderebbe punti ma amen, meglio che farsi male.
C’è poi un’ incognita divenuta certezza che vaga per il circuito. Si tratta di una next gen in forte evoluzione che sta tornando, con rinnovato vigore, a un gioco a tutto campo armata di geometrie più complete, rispetto alle sue. Soggetti che spaziano con disinvoltura da soluzioni arretrate ad altre al volo, da smorzate perfette a rovesci slice scivolosi come anguille. Per non parlare del servizio, un colpo ulteriormente lievitato sempre più simile a un raggio laser che a un gesto sportivo.
L’ennesima sfida, dunque, dalla quale lo spagnolo non dovrebbe tirarsi indietro. A poco serviranno i 4900 giri al minuto impressi alla palla dal suo diritto ad alta cilindrata se non saranno seguiti da qualcosa di più saettante. Come a poco serviranno i vamos e il body language da gladiatore se non arricchirà il gioco di cose nuove.
Spauracchi che a breve avranno lineamenti esaustivi. Il cemento americano è dietro l’angolo e la terra europea seguirà subito dopo. Dunque, già alla fine di Parigi sapremo se stiamo parlando ancora di un duellante degno di Calderon della Barca o dell’ombra acciaccata di un corpo dal cuore generoso ma dal tennis un po’ avaro.

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