AO 2020: I lapsus di Federer

di Massimo D’Adamo

In psicoanalisi si chiamano “atti mancati” o più comunemente “lapsus”: fare una cosa pensando di farne un’altra. Freud li pone tra i meandri dell’inconscio, rintracciabili soltanto da un buon occhio ficcanaso. Il caro Sigmund si interessava soprattutto di pulsioni sessuali, ma i misteri della coscienza sono tali e tanti che sarebbe stato riduttivo ricondurli tutti a puri problemi ormonali. Tracciando il perimetro del fenomeno, lo scienziato, aveva inconsapevolmente messo a fuoco l’ansia da successo, lo spauracchio che attanaglia le membra e toglie fiato a ridosso del traguardo, quando, bensì, basterebbe fare un passo o un gesto giusto per concretizzare il risultato. Pare, invece, che in quei momenti si pensi ad una cosa e ne venga fuori un’altra, l’opposto dello spirito di sopravvivenza che per via dell’adrenalina induce a concentrarsi su elementi utili alla salvezza.


Nello sport si traduce in paura di vincere. Una sottile linea di demarcazione che divide vittoria e sconfitta. Pare che il padre della psicanalisi capisse di tennis! Fosse stato un contemporaneo avrebbe fatto di Federer oggetto di studio e speso nottate insonni nello studio di prestazioni impeccabili e spesso compromesse. Chissà, forse avrebbe fornito risposte razionali su quegli attimi in cui pur cavalcando l’onda lo svizzero inizia a misurarsi con i suoi spauracchi sconfinando in fumosi pensieri che traducono la possibile vittoria in un momentaccio dall’esito incerto.

Consapevoli che l’elvetico entra in campo con i lapsus al seguito, gli avversari si limitano a rimanere, come si dice, “attaccati al punteggio” nella certezza che in dirittura di arrivo qualcosa accadrà. Così è stato nel match contro Millman e in mille altre occasioni: quando c’è da portare a casa il match arrivano i famigerati lapsus e tutto sfuma.
Oggi ci si è messo anche quel diavolo di un australiano a tirar fuori dal cilindro cose che neanche lui sospettava di avere. Federer, da parte sua era certo di essere in lotta mentre in realtà tirava i remi in barca. “Fortuna che era un supertiebreak”, ha detto alla fine, ” altrimenti avevo perso”!

Già, può raccontarla, ma per poco il match non andava ad allungare il paradosso dei tanti dominati ma persi. Pur nella sua grandezza, Federer manca dell’istinto omicida di Jimmy Connors o del controllo emotivo di Biorn Borg. Avesse avuto anche quelli, invece di 20, i major in carriera sarebbero stati assai di più.
Saranno anche del pizzicagnolo, ma a fine carriera certi conti vanno fatti. La bella vittoria su Millman racconta che lo svizzero farebbe ancora in tempo a vincere qualche slam se solo si affrettasse a trasformare i suoi “atti mancati” in “risultati concreti”.

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