AUSTRALIAN OPEN 2020: Djokovic il romanziere

di Massimo D’Adamo

In principio era uno! Presto furono due e non ci volle poi molto per scoprirsi in quattro! Uniti e divisi, amici e rivali, vittime e carnefici. Eroi di uno stesso istante, assimilati a un vertice rivelatosi,di anno in anno, come il più forte di ogni tempo. Ognuno con un proprio tocco, una propria visione, un modo di essere: in Roger Federer ha fatto breccia il lirismo del gioco, in Rafael Nadal l’agonismo più selvaggio. Per Andy Murray il tennis è sempre stato geometria pura!


Seguendo il suo istinto, invece, in Novak Djokovic ha prevalso il calcolo, lì dove i punti di un match si dipanano come righe di un romanzo e il tennis giunge più chiaro a chi sa scorrerlo come narrazione. Solo lui sa scrivere di colpi assai concreti praticabili sul pari o di altri più rischiosi da calare come assi nei momenti più scabrosi.

C’è di più! Uno stile letterario coi fiocchi deve avere le sue ‘Epifanie’. Nulla a che vedere con ‘la vecchietta vien di notte con le scarpe tutte rotte…’, ma roba incline a sperimentazioni linguistiche ideate da James Joyce per marcare meglio l’effetto sorpresa. Un gesto, un oggetto, una situazione: qualcosa, insomma ,che spinga l’eroe oltre la pura apparenza delle cose. Un espediente da non collocare necessariamente alla fine, bensì, ogni qualvolta il romanzo lo richieda. Downunder, Djokovic le ha inserite a più riprese, scrivendo di funamboliche risposte e ace baciati, di insospettabili smorzate e serve and volley di successo: tutto espresso nei momenti giusti di una cronaca ben scritta. Una di quelle che a volte può piacere, altre meno e comunque di altissima fattura.

Dice Joyce: “Domani sarò quel che oggi ho scelto di essere” . E con l’ottavo romanzo scritto a Melbuourne, il serbo si conferma campione di coraggio, capace di incidere sulla propria sorte meglio dei diretti antagonisti. Allungando il passo, ha sistemato punti vinti e persi secondo una logica successione, esattamente come farebbe il narratore con parole giuste, che, una tira l’altra, finiscono col rapire lo spirito del voyeur.

A chiusura della fiera, una voce su tutte : “ Non è mai accaduto, nella storia dello sport”, dice un lettore interessato alla faccenda, “ che i tre migliori di sempre giocassero nella stessa epoca. Capite quanto è difficile per gli altri?”. Si, che lo capiamo! Ma perché tre, non erano quattro? Nella sua esternazione, Dominic Thiem ha dimenticato Andy Murray.
Non c’è da stupirsi, è il destino degli assenti!. Ma questa è un’altra storia.

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