“Omaggio a the rocket Rod Laver”: storie e aneddoti di un tennista da leggenda.

di Nicola Cattaneo Rebuschini
Il 9 agosto Rod Laver ha compiuto 79 anni. Campione di longevità e signorilità, capace, unico nella storia, a conquistare per due volte il Grande Slam  a sette anni di distanza l’uno dall’altro, “Il Razzo di Rockhampton” è di diritto il primo  dei più grandi di sempre.

Seduti davanti ad un caffe’ con Alex Perrone e Fabrizio Biolo,  ricordavo dove era nata la mia passione per il tennis. Iniziò ai tempi della mia infanzia a S Paolo in Brasile ( dove sono cresciuto ).

Da piccolo ho iniziato a frequentare il Club Athletico Paulistano circolo storico nato nel 1900 a S Paolo e come tutti i bimbi sprigionavo le “abbondanti energie “ praticando sport di vario genere (  nuoto , tennis e judo) tutto nella norma visto che provenivo da una famiglia di sportivi.

Molto presto ho avuto una forte attrazione verso il tennis e ho iniziato a praticarlo  agonisticamente fino dai 9 anni dove conobbi  Carlos Alberto “ Lele” Fernandez allora dir tecnico  , nato a S Paolo nel febbraio del 1936  uno dei tennisti piu’  forti e famosi del Brasile tra la fine degli anni 50 e gli anni 60, Coppa Davis  per 10 anni , vincitore del Orange Bowl  , medaglia d’oro ai Panamericai del 63 in doppio  ,  nel 61 un quarto di finale in singolare al R Garros e 2 volte ottavi di finale in doppio  , per 4 volte terzo turno a Wimbledon in singolare e 3 ottavi di finale in doppio   . Una icona del tennis brasiliano.

Sono stato abbagliato  fin da subito dalla sua personalità e carisma era come essere accanto ad un supereroe.

Mi ha allenato seriamente fino ai 18 anni secondo i principi di  etica , rispetto ,  sportività , determinazione e la  miglior tecnica  di quell’epoca , poco utilizzata in Brasile e da lui raffinata anche dalle grande esperienza internazionale vissuta ……… quella australiana !!!

Adesso capite il per che di una introduzione diversa dal solito riferita a Rod Laver.

Ma proseguiamo ancora un po’ nella conoscenza di questo personaggio , cosi parliamo di “ Vita vissuta “ e non di argomenti che tutti  conoscono.

Lele’ , tredicesimo figlio di genitori Portoghesi emigrati  in Brasile cresce nel Club Paulistano dove i suoi fanno i custodi e presto si appassiona al tennis come i suoi fratelli maggiori .

Presto Lele’ capisce che il tennis sarebbe stata la sua vita e diventa un dilettante PRO girando il mondo .

Nella seconda metà degli anni 50 durante i suoi viaggi e tornei decide di fare il tour Australiano e raccogliendo soldi tra esibizioni e tornei per 4 mesi ( all’epoca era una impresa andare in Australia ) riesce nell’ intento e frequenta in campo e fuori per qualche mese la grande armata di fenomeni australiani tra i quali  Rod Laver .

Lele’  assorbe come una spugna  la tecnica sopraffina  grande diritto con impugnatura eastern ,  serv and volley !!Si domandava: come posso competere al loro livello visto che uso l’impugnatura continental e non riesco a dare quella potenza e direzione alla palla?? ( cosi tra ore davanti ad un muro colpendo ripetutamente un diritto con impugnatura eastern , e allenamenti estenuanti con i suoi amici Aussi, divento’ il primo brasiliano ad usare quella tecnica a livello professionistico)

Osserva che  Laver,  questo gracile ragazzo taciturno sempre concentrato e determinato durante allenamenti tecnici  di grande intensità , usa un movimento diverso dal solito   “ il Top Spin “ che lui non conosceva bene e che non gli riusciva come a Laver .

Parlando con lui durante i massacranti allenamenti a Brisbane , capisce che uno dei segreti per poter eseguire un colpo cosi veloce , potente  e arrotato era dovuto al numero di ore in campo a colpire ripetutamente e militarmente questi top spin  fino a non sentire piu’ il braccio , l’altro segreto era  quel suo braccio sinistro estremamente sviluppato che gli dava una forza impressionante .

Questo braccio si era  sviluppato cosi tanto grazie ad una pallina che lui schiacciava ripetutamente   in qualsiasi momento della giornata fuori dal campo , in modo ossessivo. Questo accorgimento gli fu suggerito dal primo allenatore C. Hollis all’inizio del suo percorso tennistico.

Mi diceva Lele’ che la dimensione del braccio sinistro era veramente il triplo del normale e lo paragonò anni dopo, a quello del grande G. Vilas che allenò quando era 17 enne.

Inoltre tra le cose bizzarre che raccontava , c’era quella dell’allenamento di corsa e resistenza.

Una mattina estiva con 34 gradi C  sono andati con R Emerson  in una spiaggia vicino a Brisbane nel Queensland meridionale : Lele’ era in bermuda scarpette da ginnastica e canotta Laver e Emerson   vestiti da tennis con calze e scarpe da gara e in tuta ….. ma sono pazzi??

Laver disse a Lele’ , cosi ci alleniamo noi … corsa medio veloce  con il maggior disagio possibile in riva al mare nella sabbia molle per 1 h e poi 30 min , sempre vestiti ….. sudatissimi ,dentro al mare sempre correndo con l’ acqua  tra caviglia e ginocchia .

Lele’ ci diceva che per essere cosi dovevi  avere uno spirito di sacrificio estremo ed è cosi che descriveva Laver un fenomeno di un altro pianeta ! Gentile , educatissimo ,  carismatico dalla determinazione granitica . Si sono incontrati 8 volte in tornei ufficiali  e Lele’ vinse 1 volta solamente.

 

Carlos Alberto“ Lele” Fernandez

Come doveva essere affascinante l’Australia dell’est negli anni ’40 del secolo scorso, quando un ancor gracile ragazzino dai capelli rossi di nome Rod, figlio di una coppia modesta  col vizio del tennis, muoveva, assieme ai suoi tre piccoli fratelli, i primi passi sul campo in terra  fatto approssimativamente da loro stessi nel retro di casa, a Rockhampton… Avrei voluto proprio vederla quella terra così misteriosa e magica… Certo in quel momento nessuno poteva prevedere che quel bambinetto sarebbe stato capace, unico nella storia del tennis, di conquistare per ben due volte il Grande Slam, vincere undici Slams, entrare nella Hall of Fame e dare il nome all’arena più importante del suo paese, eppure…

Il maestro di tennis di Rockhamptonin in quel periodo  era Charles Hollis che capi ,osservando quel piccolo mancino rossiccio ,di avere un talento speciale tra le mani  ed iniziò con lui, un lavoro fisico e tecnico certosino. “Charlie disse a Rod: quelli grossi possono tirare colpi piatti, i piccoletti come te no. Spiegò  a Rod che per diventare un grande giocatore, avrebbe dovuto colpire sopra la palla”. Charlie Hollis lo fa lavorare sul fisico, per irrobustire polso e braccio, e lo lascia giocare con la sinistra. La tipologia di allenamenti di Laver è durissima, ma i risultati si vedono subito. Al primo torneo, a 13 anni, vince i campionati under 14 del Queensland, a Brisbane. Quegli allenamenti, spiegherà Roy Emerson nel libro Tennis for the Bloody Fun of It, che ha scritto insieme a Laver, “avevano uno scopo preciso: portarti a un tale livello e non dover  più pensare alla meccanica del colpo in partita, ma solo a dove vuoi mandare la palla Si dice ( Lele’ conferma) fin da subito  Laver  fu costretto a portarsi sempre dietro una pallina vecchia e logora  che doveva continuamente schiacciare per rafforzare il polso e l’avanbraccio. In quel modo Hollis riuscì a costruire a Rod un gioco con  colpi liftati innovativi ed insoliti a quei tempi, dando piu’ sostanza ad un talento già baciato da Dio.

 Il massimo esperto del tennis Aussie dell’epoca era Harry Hopman, indimenticato capitano di Davis e artefice dei trionfi   della squadra australiana negli anni ’50-’60-’70, grazie all’attenzione speciale riservata alla preparazione fisica militaresca e la preparazione mentale dei suoi pupilli che si chiamavano K.Rosewall, L.Hoad, R.Emerson. Fu Hopman a soprannominare Rod in maniera scherzosa “The rocket”, il razzo, e fu lui che lo seguì nella sua ascesa ai vertici del tennis internazionale, un’ascesa cominciata nel 1956 con i successi nei campionati juniores d’Australia e degli Stati Uniti e il successivo esordio tra i grandi.

 

Nel 1959, a Wimbledon, Laver arrivò alla sua prima finale in uno Slam  in singolare. Aveva vent’anni e perse piuttosto nettamente, forse ancora poco abituato a queste pressioni , contro A. Olmedo,

Nel 1962, infatti, Rod di tornei dello Slam ne vinse addirittura quattro nello stesso anno, impresa riuscita tra i maschi, fino a quel momento, solo a Donald Budge nel 1938( altri tempi con regole diverse dilettantistiche ), mentre lui con 1 mese di vita  dormiva sereno in casa sua. Le difficoltà maggiori per portare a termine quest’impresa, Laver fu obbligato a superarle sulla lenta terra parigina: nei quarti di finale annullo’ un match point al suo connazionale Mulligan ed in finale si trovò sotto due set a zero contro il suo amico-rivale Emerson prima di ribaltare il match e volare verso la storia “ Il primo grande Slam”.

In quegli anni il tennis dei major era uno sport dilettantistico: i giocatori dovevano accontentarsi di qualche rimborso e di sottobanchi nulla a che fare con gli ingaggi ed i premi dell’ era Open.  Jack Kramer, però, seguito poi da Lamar Hunt, aveva organizzato un circuito di professionisti che non giocavano sui palcoscenici classici del tennis mondiale, ma venivano strapagati rispetto  ai loro colleghi dilettanti. Dal 1963 fino a metà del 1968 Laver decise di passare tra i pro e,  non poté partecipare  a ben 21 Slam consecutivi e alle  edizioni della Coppa Davis (che, con l’Australia aveva vinto per quattro anni di fila dal 1959 al 1962): un busillis che falsò per sempre le statistiche del nostro amato sport.

Nel 1968, il buon senso decretò l’inizio dell’era open. Laver andò in finale al Roland Garros e vinse il primo Wimbledon open, ma il meglio doveva ancora venire. Nel 1969, infatti, sette anni dopo la prima volta, “The Rocket”,  conquistò  il secondo  Grande Slam, a 31 anni. Anche qui , non senza difficoltà: nella sfida di semifinale del Open d’Australia contro il giovane T. Roche , temperatura di 40*C e 4h30 min di battaglia (  highlights  sono visibili su youtube), Rod ebbe forse un favore da un giudice di linea e Tony “La Roccia” è ancora infuriato oggi per quella palla importante a suo favore mal giudicata dall’arbitro ( disse Roche ;Credi che sia rimasto in questo forno per quattro ore per farmi prendere per il c… da te?” ). E sia a Parigi, contro Dick Crealy (*), che a Wimbledon, contro l’indiano Lall (**), fu costretto a recuperare da due set a zero sotto. Ma ormai già maturo e conscio dei suoi poderosi mezzi si era trasformato in un campione leggendario che non temeva nessuno e dava il meglio di sé nei momenti piu’ delicati  della sfida  completando il capolavoro  allo US Open contro il solito T.Roche  in finale anche con un braccio dolorante e distrutto dalle fatiche ( ***).

Laver avrebbe anche potuto smettere di giocare nel settembre di quell’anno dopo il secondo G Slam vinto , senza intaccare minimamente la sua grandezza. Invece la passione per il tennis lo portò a diventare uno dei tennisti più longevi di sempre. Nelle finali WTC di Dallas del 1972 fu protagonista di uno dei match  più bella della storia contro Ken Rosewall. Trentacinquenne, fu numero 3 del mondo per la prima classifica computerizzata nel 1973, anno in cui vinse la sua quinta Coppa Davis. Nonostante una tendinite cronica e una schiena a pezzi, continuò a giocare  con maestria nel circuito WCT fino al 1977, a 39 anni, e disputando il suo ultimo match ufficiale addirittura nel 1979.

Dopo il suo ritiro, Rod Laver venne inserito nella Tennis Hall of Fame di Newport nel 1981 e nel 2000, dopo aver superato brillantemente un ictus, gli australiani gli intitolarono il campo centrale di Melbourne Park.

Per chi lo volesse,  su You tube si trovano  immagini  delle gesta tennistiche di Laver. Se osserverete bene, scoprirete che alla base di tutto questo splendore c’è la semplicità,l’eleganza, il rispetto e la capacità di compiere la scelta più giusta  al momento più opportuno. Termino dicendovi che sono grato di aver avuto il privilegio di ascoltare Lele’ Fernandez che con i suoi racconti mitici ci ha fatto sognare e vivere momenti veri di storie di Leggende come Rodney George Laver e di averlo visto giocare dal vivo  quando ero piccolo ,una emozione indimenticabile.

A mio modesto parere GRANDE idea quella di organizzare la Laver Cup, uno spettacolo vero e appassionante e un tributo ad una vera leggenda che è e rimarrà nella storia per sempre.

 

Rod Laver ( the Rocket) ’ stato numero 1 al mondo per 7 anni consecutivi, ma soprattutto è stato l’unico giocatore nella storia del tennis ad aver completato due Grand Slam in singolare, prima come dilettante (1962) e poi come professionista (1969)…

 

(*) R Garros  la trappola si nasconde nei turni preliminari, precisamente al secondo, nei panni di un gigante australiano baffuto di due metri per novanta chili di nome Dick Crealy, buon doppista ma nulla più. Quel giorno Rod soffre le pene dell’inferno perché i suoi colpi in top-spin rimbalzano giusto all’altezza del fianco di Crealy, il quale per due set  fa i buchi per terra sia col dritto che col rovescio. Due set sotto e i piedi sul precipizio spingono il razzo rosso a cavare fuori il meglio da sé e dal suo immenso bagaglio tecnico. Laver comincia ad usare palle in  slice , disegna traiettorie corte e incrociate, fa muovere l’avversario e d’incanto il bombardamento cessa. Il terzo set è suo ma la pioggia rimanda l’esito alla mattina seguente.

Una volta Pancho Gonzalez ha raccontato a Rod una storia riguardo la gestione della tensione la sera prima di un match importante. E’ il 25 agosto 1949, vigilia della finale di Davis fra Stati Uniti ed Australia a Forest Hills. Il giorno dopo Pancho e il compagno Ted Schroeder avrebbero incontrato rispettivamente Sedgman e Sidwell. Pancho e Ted sono terribilmente nervosi e dopo cena si siedono al tavolo da gioco col capitano Alrick Man per qualche mano di Bridge. Verso mezzanotte Man guarda l’orologio e invita i ragazzi ad andare a letto. Gonzalez lo blocca dicendogli di godersi la partita. Solo molte ore dopo la compagnia si scioglie. “Non ha senso andare a letto presto e rigirarsi fra le lenzuola pensando ossessivamente all’incontro. Alle tre di notte eravamo stanchi abbastanza per dormire subito e le ore di sonno furono poche ma buone” Il giorno dopo entrambi vinsero i loro due singolari.

Tornando al R Garros l’amico Roy Emerson lo sveglia alle sette e lo porta sul campo a scaldarsi per bene. Alla ripresa Rod vince facile il quarto per 6-2 e vola tre uno nel quinto. Sembra finita ma Dick tira fuori di nuovo la mazza , brekka, pareggia e serve sul quattro pari. Il punto che piega la sua volontà e decide l’incontro giunge sul 40-30 quando dopo una bomba di servizio il gigante si precipita a rete e colpisce con inutile violenza la molle risposta di Rod spedendo la palla fuori di un metro. Laver azzanna il momento e chiude il match per sei quattro al quinto.  In finale lo scontro è con Ken Rosewall “che spesso mi aveva provocato un’ulcera col suo rovescio tagliato”Laver però sceglie il momento giusto per disputare l’incontro migliore della sua vita sul rosso e vince per 6-4 6-3 6-4. E due

(** )E’ la volta di Wimbledon e della sacra erba del Centrale. Rod ha vinto il titolo l’anno prima è il campione in carica e il logico favorito del torneo ma il gentleman indiano Premjit Lall lo domina nei primi due set del loro incontro di secondo turno. Rod si sveglia sul tre pari del terzo e vince i successivi quindici games di fila per il definitivo 3-6 4-6 6-3 6-0 6-0 che lo porta avanti. Negli ottavi è un giovane Stan Smith che con  coraggio da marine lo coinvolge in una lotta a coltello che si concluderà solo per sei tre al quinto. Ricorda Rod “Vinsi i primi due set e pensai di chiudere in tre ma Stan non volle abbandonarmi…”.

La semifinale è contro Arthur Ashe che l’anno prima aveva vinto, primo tennista di colore della storia, lo slam americano a Forest Hills. Rod non gioca male ma Ashe è in stato di grazia e sorvola il primo set con un netto 6-2, si distrae nel secondo cedendo col medesimo punteggio e il terzo è una battaglia che si decide sull’8-7 Laver, 15-40 e servizio Ashe. Arthur attacca, spinge Rod sulle tribune e piazza una stop volley nel campo aperto. Laver ricorda che Hollis che lo incitava a rincorrere sempre ogni singola palla e scatta. “Nessuno pensava che avrei potuto prenderla, nemmeno io, ma non ho pensato a cosa fare, solo a raggiungerla a costo di schiantarmi contro la rete”. Un attimo prima del secondo rimbalzo Rod scava un lob che oltrepassa Ashe e lo costringe all’errore: 9-7. Il morale dell’americano è sotto i tacchi e uno spietato 6-0 porta Rod in finale contro il leone John Newcombe, di sei anni più giovane e sbarbato… senza i baffoni. Il match è equilibrato, Rod vince il primo set, perde il secondo e va sotto 1-4 nel terzo. Sul 4-2 in suo favore Newcombe serve per indirizzare definitivamente il set e forse la finale ma…un colpo del genio di Rockhampton lascia incredulo il Centre Court e piega definitivamente la sua volontà di vittoria. Sullo 0-15 John serve una prima angolata, scende a rete e piazza la volée di dritto sulla riga opposta, all’altezza del rettangolo di servizio sul rovescio di Laver. Rod sprinta e intanto pensa. Tutti sanno che in quella posizione il suo colpo favorito è il lungolinea e allora lui colpisce uno slice in cross che spiazza completamente Newcombe e muore dolcemente sulla riga interna del corridoio opposto. “Non dimenticherò mai l’angolo di quella palla, e lo stesso sarà per John, credo” , è il ricordo del vincitore. Il match termina qui, Newcombe è frastornato, perde il servizio con un doppio fallo e cede sei games di fila per il 6-4 5-7 6-4 6-4 che porta Rod ad un solo piccolo passo dal capolavoro.

 

(***)E’ la volta  di Forest Hills e della piovosa fine estate sulla costa Est degli Stati Uniti. Laver vede il traguardo ma è esausto, il gomito sinistro non è mai completamente guarito dopo un infortunio nell’anno precedente e lui cerca conforto nel ghiaccio e nelle infiltrazioni di Novocaina per tirare avanti. Nessun problema nei primi turni ma dagli ottavi in poi la vita si fa dura. Il fighter statunitense Dennis Ralston va avanti due set a uno prima di cedere al quinto, Emerson cede in quattro ma il punteggio (4-6 8-6 13-11 6-4) testimonia l’asprezza della battaglia fra i due campioni down-under. In semifinale gli tocca ancora Ashe ma stavolta sono sufficienti tre set,  per arrivare stanco ma felice alla ribalta finale. Oltre la rete si vede , come sei mesi prima a Brisbane, la figura forte e spigolosa di , ancora lui, Tony Roche. Se è vero che la vita è un cerchio e tutto finisce dove era cominciato non poteva esserci epilogo più appropriato. Tony ha estromesso in semi per 8-6 al quinto il compagno di doppio Newcombe, non ha mai dimenticato la chiamata avversa della finale in Australia e medita vendetta, tremenda vendetta.

E’ lunedì nove settembre 1969, piove e i finalisti attendono il via libera negli spogliatoi. Quando giunge il momento di iniziare il campo di gioco è una spugna imbevuta d’acqua . Il primo set rispetta le attese e va per le lunghe, entrambi  si muovono come sulle uova per evitare di cadere si chiude sul 9-7 per Roche. Tony ha subito l’occasione di indirizzare anche il secondo parziale quando Laver serve e si trova sotto 30-40; una solida prima slice esterna lo salva, Tony affossa il dritto in rete e Rod racconta di aver avvertito netta la sensazione che da lì in poi tutto sarebbe andato liscio. E così sarà perché il razzo rosso si muove veloce e sicuro sul giardino umido del centrale di Forest Hills mentre Roche fatica anche solo a stere in piedi. Rod conquista diciotto game su venticinque e chiude in quattro set col punteggio di 7-9 6-1 6-2 6-2.

In quello stesso istante, dall’altra parte del mondo lungo il Tropico del Capricorno, un anziano e orgoglioso maestro di tennis spegne la radio, esce di casa e corre all’ufficio postale per dettare un telegramma.

 

 

 

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